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Violenza sulle donne: un male storico e culturale

Violenza sulle donne: un male storico e culturale

Cosa c’è alla base della violenza sulle donne? E da dove deriva la paura di denunciare? Quale il ruolo delle istituzioni e della cultura? La parola all’Avvocato Ida Grimaldi

“…quando fummo alla porta della camera lui mi spinse e serrò la camera a chiave e doppo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le coscie ch’io non potessi serrarle et alzandomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridasse le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, avendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntatomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro che io sentivo che m’incendiava forte e mi faceva gran male che per lo impedimento che mi teneva alla bocca non potevo gridare, pure cercavo di strillare meglio che potevo chiamando Tutia…” (dall’Interrogatorio di Artemisia Gentileschi 1612, tratto da “Atti di un Processo per Stupro” a cura di Eva Mencio, 2004).

Quella della violenza alle donne è una questione tanto antica quanto delicata e spinosa: non è un male moderno, ma è così radicato nella tradizione e nella mentalità del passato da poter essere definito a buon diritto “storico”. Per questo, vale la pena ricordare un caso storico, quello della pittrice Artemisia Gentileschi, vittima di stupro da parte del suo maestro Agostino Tassi, sia per portarne ad esempio il coraggio (fu sottoposta alla “Tortura della Sibilla”-schiacciamento dei pollici attraverso uno strumento di tortura del tempo – pur di dimostrare la violenza subita e vedere punito il suo stupratore), sia per mettere in evidenza gli attimi terribili che vive una donna quando e mentre è vittima di violenza, lesa nella sua dignità e lacerata nella sua più profonda intimità.

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Il caso di Artemisia Gentileschi fu una delle causes célèbres del Seicento: del processo che ne seguì è rimasta esauriente testimonianza documentale che colpisce per la crudezza del resoconto e per i metodi inquisitori del Tribunale. Ovviamente, durante il processo, Artemisia fu dipinta come donna di facili costumi: ancora una volta, come sempre, la colpevole dello stupro è la donna, che non ha saputo o voluto evitarlo. Le cose, ieri come oggi, non sono cambiate: emblematiche le parole della difesa degli imputati  nel processo per stupro del 1975, noto come Massacro del Circeo: se questa ragazza fosse stata a casa… non si sarebbe verificato niente”… La violenza alle donne, dunque, è un problema storico e culturale al tempo stesso, nonché di discriminazione di genere.

Anche spostando il piano dall’ambito sociale-esterno a quello domestico-interno, i termini si ripropongono con lo stesso cliché. Una sentenza dell’aprile sentenza dell’aprile 1994, recita: E’ “arduo ipotizzare” una violenza sessuale fra coniugi in caso di coito orale in quanto la donna avrebbe potuto in ogni caso facilmente reagire e sottrarsi al compimento dell’atto da lei non voluto.
In quell’“avrebbe potuto” e in quel “non voluto ritorna, attraverso i secoli, l’eco delle parole di Artemisia, “colpevole” di non aver saputo o voluto evitare lo stupro e, per questo, disposta alle torture pur di provare il contrario. Si aggiunga, nella sentenza del 1994, l’aggravante della violenza tra pareti domestiche, la più difficile da dimostrare e da denunciare. La famiglia è il luogo in cui i diritti più difficilmente si fanno valere perché si confondono con i sentimenti. Non solo. In questo contesto, è più forte la difesa ad oltranza delle convenzioni e del cosiddetto perbenismo, così come è più accentuato il sovvertimento dei sentimenti: è la donna, vittima di violenza, a vergognarsi, a sentirsi in colpa piuttosto che il suo carnefice.
Questo paradosso ci porta al nodo della questione: l’incapacità delle vittime di denunciare l’accaduto. Lo sottolinea bene Rashida Manjoo, relatrice speciale per le Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, nell’incontro di Ginevra, il 25 giugno 2012, durante la XX edizione dello Human Rights Council. Sentendosi sottomesse e al tempo stesso impotenti, le donne non riescono a prendere il coraggio a due mani e a far valere i loro diritti, anche quando sono vittime di violenza.
Nemmeno lo Stato è sentito come difensore: la gran parte delle donne italiane dichiara che, denunciando il violentatore, non si sentirebbe protetta né dalle leggi né dalle forze dell’ordine e preferisce, di conseguenza, tacere per non trovarsi in situazioni ancora più drammatiche.

E allora che fare contro questa “incapacità” di denunciare l’accaduto?
Innanzi tutto e sopra tutto bisogna riflettere sul fatto che la prima forma di difesa deve partire dalle donne, capire poi che la violenza è un crudele binomio di vittime e di carnefici, dare infine una risposta sul perché si sia carnefici e sul perché si sia vittime. Spesso accade che sia la vittima a giustificare per prima il carnefice. “La gente ha bisogno di credere che questi personaggi siano diversi, malati, uno sbaglio della natura”, afferma Ugo Fornari, neuropsichiatra che ha curato la perizia di alcuni tra i più efferati criminali seriali italiani. Ma non per tutti vale questa giustificazione, assai vicina peraltro ad una assoluzione. “Salvo rari casi essi non sono né mostri né folli. Il loro modo di agire richiede una programmazione e una capacità di sfuggire alle indagini che è incompatibile con la malattia mentale. Si nascondono tra la gente comune. A volte hanno una doppia vita: buoni mariti, fidanzati premurosi, lavoratori instancabili; ma, tolta la maschera, diventano belve feroci e irriconoscibili”. (Il dolore e la Violenza, Giovanna Tatti).

Se si comprende oggettivamente questa verità e la si accetta con piena consapevolezza, allora sarà più facile per la donna denunciare la violenza e il violentatore e spezzare, così, l’infernale relazione “vittima-carnefice”. Per quanto attiene, invece, al perché si sia carnefici o vittime, è la scelta del tipo di vittima che spesso favorisce la violenza: chi fa violenza intuisce o conosce la debolezza della vittima, sa che essa non reagirà, tendendo così a manipolarla e a soggiogarla, soprattutto quando la violenza avviene tra le pareti domestiche, dove tutto, purtroppo, pare lecito. Questo è quanto si apprende dall’esperienza maturata come legale di centri antiviolenza o presso sportelli di aiuto a donne vittime di violenza.

Rimane comunque un fatto incontrovertibile:  la violenza continua ad essere un problema, oltre che storico, anche, e in egual misura, culturale. La maggior parte degli episodi non viene denunciata perché vissuta in un contesto culturale maschilista in cui la “violenza domestica non è sempre percepita come crimine e in cui le vittime sono economicamente dipendenti dai responsabili della violenza stessa” (Rashida Manjoo,  Ginevra  25/6/2012).  Allora è proprio la vittima che deve prendere consapevolezza del proprio diritto alla dignità, al rispetto, alla salute e cominciare a cambiare atteggiamento, interrompendo il “ritmo della danza”, “cambiando il passo”, cercando innanzi tutto in sé le risorse per non subire più violenza, chiedendo aiuto per uscire da una prigione invisibile senza farsi fermare dalla paura di reagire o di parlare.

La libertà femminile parte infatti da una profonda ricerca di sé ed in sé. Virginia Wolf ne “Le Tre Ghinee” invita a “pensare e pensare” e a scoprire le nostre  “oscure emozioni”, “perché quella paura e quella rabbia impediscono una vera libertà tra le pareti domestiche…” e, aggiungiamo noi, in un mondo che, invece, dobbiamo poter sentire nostro e in cui poter dire convintamene: “sto bene con me stessa e con gli altri”.

 

 

Avvocato cassazionista con studio professionale a Vicenza e Roma, rappresentante istituzionale dell’avvocatura italiana, è fra le maggiori esperte nazionali delle problematiche relative al diritto di famiglia e alla tutela dei minori, nel cui ambito opera da 25 anni.
Particolarmente impegnata sul fronte della promozione delle pari opportunità e contro la violenza sulle donne, già Coordinatrice per il Veneto dell’Osservatorio Nazionale del Diritto di Famiglia e dei Minori istituito dall’AIGA Nazionale, docente e relatrice in numerosi convegni nazionali, dibattiti e corsi di formazione in materia di diritto di famiglia, contrattualistica e previdenza forense.
Autrice e curatrice di diverse pubblicazioni giuridiche per le principali Case Editrici.

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