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Perché mio figlio non parla?

Perché mio figlio non parla?

Molte mamme di bambini “parlatori tardivi” (o late talkers) si rivolgono al pediatra in cerca di supporto per capire perché loro figlio non parla e come poterlo aiutare. Spesso, però, si sentono rispondere: “è presto, aspettiamo l’asilo!

Perché mio figlio non parla? E cosa posso fare? Vediamo insieme i motivi per cui non sempre aspettare l’asilo, ad esempio, così tanto può essere positivo.

IL BAMBINO NON E’ UNA CASSAFORTE

Di conseguenza, nessun bambino si può “sbloccare”.
Il linguaggio è una funzione specifica e che segue delle tappe di sviluppo, in maniera solitamente fluida e senza troppi impicci, ma può capitare che in alcuni momenti questo sviluppo rallenti o sembri addirittura arrestarsi.
L’importante è che, nonostante un linguaggio poco utile, il bambino mantenga la volontà comunicativa (sguardo, indicazione, vocalizzo..).

Il motivo per cui molto spesso viene consigliato di aspettare l’inizio della scuola dell’infanzia, prima di rivolgersi ad uno specialista, sta nel fatto che molti bambini vengono affidati alle cure di famigliari o asili nido fin da piccolissimi, riuscendo a creare una comunicazione comprensibile alle figure di riferimento che fungono spesso da traduttori e non rendendo quindi necessario un miglioramento della produzione linguistica.
Il passaggio ad un’altra realtà potrebbe favorire uno sviluppo del linguaggio proprio perché il contesto diverso mette il bambino nella condizione di dover trovare nuove tecniche per farsi capire dalle insegnanti.
Questo però non significa che automaticamente, varcata la soglia della scuola, il bambino imparerà a parlare bene ma solamente che, nel giro di qualche mese, potreste assistere ad un’evoluzione del linguaggio a cui non eravate preparati.

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IL RISVOLTO EMOTIVO

Se è vero che spesso con l’inizio della scuola dell’infanzia molti bambini migliorano moltissimo il loro linguaggio, è altrettanto da considerare l’aspetto emotivo del “non parlare”.
Molti bambini che non riescono a spiegarsi sono infatti spesso etichettati come “chiusi, introversi” o, al contrario, come “maneschi e violenti”. Ma non sono né una né l’altra cosa, probabilmente: sono semplicemente dei bambini che non sanno spiegare a parole quello che vorrebbero e passano quindi, nella maggioranza dei casi, alla comunicazione primordiale (ed universalmente compresa), cioè quella con le mani.

“Se non riesco a spiegarti che quel gioco non me lo devi portare via, ti mordo la mano e lo capisci”
“Se ho fame e sono in Russia ma non parlo russo, uso il gesto di massaggiarmi la pancia e qualcuno di sicuro mi capirà”
I due messaggi utilizzano entrambi lo stesso canale, con i dovuti filtri di cui la vita ci dota man mano che cresciamo, rendendoci capaci di capire quali gestualità siano accettate e quali invece decisamente sconvenienti (anche se non sempre ci applichiamo).
Il bambino che non riesce a spiegare quello che desidera è molte volte un bambino frustrato, che si sente impotente e spesso incompetente: non si sente un comunicatore degno di attenzione. E questo aspetto andrebbe sempre valutato, a prescindere da qualsiasi consiglio ricevuto.

QUANDO PREOCCUPARSI SE IL PROPRIO FIGLIO NON PARLA

Nella mia quasi decennale esperienza sono giunta ad una conclusione: è meglio sentirsi dire che “è troppo presto” anziché che “è troppo tardi”. Naturalmente, le due indicazioni di cui sopra dovrebbero arrivare da professionisti specializzati nel campo, non dall’amica con 15 figli che “ne sa” o dal fruttivendolo “che è stato anche lui dislessico perché non parlava”. (N.d.r.: il dislessico è chi non sa leggere, nulla ha a che fare con le difficoltà linguistiche!)

Il linguaggio orale ha alla base una catena di competenze che si sviluppano già nella vita intrauterina. Di conseguenza, se ad un bambino non bastano 3 anni per imparare a parlare la sua lingua madre, forse c’è qualcosa che glielo impedisce. Ad esempio, potrebbe non sentire bene, oppure potrebbe avere il frenulo troppo corto o le adenoidi ingrossate. Oppure ancora potrebbe non aver capito il motivo per cui dovrebbe spiegarsi a voce. Le variabili sono davvero tante e difficili da generalizzare.

In linea di massima, quando a 2 anni il bambino non parla se non per chiamare “mamma e papà”, se utilizza preferibilmente il canale gestuale, se non appare interessato alla ripetizione allora un consulto con una logopedista potrebbe essere utile.
Quando si rivolgono a me mamme di bambini sotto i 3 anni, la presa in carico è globale, si accoglie l’intera famiglia, non si lavora sul bambino direttamente ma si cerca di modellare le modalità comunicative dei genitori, che imparano “come si fa” a stimolare il linguaggio del loro bambino e diventano i veri protagonisti di tutte le nuove acquisizioni del loro bambino.

Se invece il vostro bambino dice qualche parolina e volete ascoltare il consiglio del pediatra, rimandando il consulto logopedico a dopo l’inizio della scuola dell’infanzia, prestate attenzione all’evoluzione linguistica del vostro bambino: già a Natale dovreste assistere ad un incremento tangibile sia qualitativo che quantitativo delle parole e frasi prodotte. Se così non fosse, forse è arrivato il momento di rivolgersi allo specialista.

“Quando il tempo passato a non parlare è poco e la presa in carico è precoce, i tempi (e i costi) di recupero sono minori come migliori sono i risultati!”

Autrice:
Silvia De Cao – Autrice – cura la rubrica “Parola alla logopedista“ per Essere Mamme a Vicenza 

Essere mamme a Vicenza da sempre cerca di creare una rete di “sicurezza” per le mamme che fanno le trapeziste in questa società che non sempre le sostiene ed è dalla loro parte. Una mamma, in realtà ogni persona, non ha bisogno di sentirsi giudicata o additata per una scelta, una mamma va accompagnata nel suo personale cammino, il suo e quello del suo bambino. Lei mamma unica, madre di un bambino unico, con le proprie esigenze e uguale a nessun’altro.
EmaVi non vuole essere un manuale ma una rete di contatti, aiuti, sostegno e consigli.

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